Manifesto per una nuova politica economica e urbana a Milano e in Lombardia

 

rivolto alla cittadinanza, al mondo del lavoro e delle imprese, delle istituzioni finanziarie, della ricerca e degli esperti e delle istituzioni pubbliche

BENESSERE OCCUPAZIONE INNOVAZIONE

per un futuro sostenibile in Lombardia

a cura di

Maurizio Baravelli, economista, Università La Sapienza, Roma
Emilio Battisti, urban designer, Politecnico di Milano
Riccardo Cappellin, economista, Università di Roma “Tor Vergata”
Enrico Ciciotti, economista, Università Cattolica, Piacenza
Fiorello Cortiana, coordinatore di
www.lombardiasostenibile.eu
Giorgio Goggi, urbanista, Politecnico di Milano
Giuseppe Longhi, urbanista, Università di Venezia
Enrico Marelli, economista, Università di Brescia

coordinato da:

“Gruppo di discussione: Crescita, Investimenti e Territorio”, Milano network http://economia.uniroma2.it/dmd/crescita-investimenti-e-territorio

 

documento di idee e progetti sostenuto da:

Sergio Albertini, economista, Università di Brescia
Umberto Balottin, medico, Università di Pavia
Luca Beltrami Gadola, urbanista, rivista Arcipelago Milano
Arturo Bortoluzzi, Associazione ambientalista Amici della Terra, Varese
Silvio Bosetti, manager, Fondazione Ordine Ingegneri, Milano
Giampio Bracchi, economista, Politecnico di Milano
Alberto Bramanti, economista, Università Bocconi, Milano
Roberto Camagni, economista, Politecnico di Milano
Sonia Cantoni, delegata ambiente, Fondazione Cariplo
Roberta Capello, economista, Politecnico di Milano
Alessandro Carretta, economista, Università di Roma “Tor Vergata”
Patrizia Catellani, psicologa, Università Cattolica, Milano
Luciano Consolati, consulente e docente, Brescia
Lorenzo Degli Esposti, Degli Esposti Architetti, Milano
Lelio Demichelis, sociologo, Università dell’Insubria, Varese
Lidia Diappi, urbanista, Politecnico di Milano
Marco Elefanti, economista, Università Cattolica, Milano
Franz Foti, esperto in comunicazione, Università della Insubria, Varese
Davide Fedreghini, Associazione Industriale Bresciana
Marco Frey, economista, Scuola Superiore S. Anna, Pisa
Gioacchino Garofoli, economista, Università di Varese
Anna Gervasoni, economista, Università LIUCC, Castellanza
Maria Letizia Giorgetti, economista, Università degli Studi di Milano
Giovanni Giubilini, Confederazione dei produttori agricoli COPAGRI, Lombardia
Stefano Innocenti, manager, Libertà e Giustizia, Milano
Letizia Lionello, architetto, Milano
Pietro Modiano, manager, SEA, Milano
Giacinto Musicco, consulente, Brescia
Dario Musolino, economista, Università Bocconi, Milano
Alberto Pacchioni, coordinatore di www.lombardiasostenibile.eu
Cristina Perugini, Associazione Industriale Bresciana
Carlo Pescetti, economista, Fondazione Sodalitas, Milano
Beniamino A. Piccone, economista, Associazione Progresso Economico e Nextam Partners
Luciano Pilotti, economista, Università di Milano
Claudio Pirola, Associazione politico culturale ZYME, Abbiategrasso
Roberto Poggio, consulente e manager, Pavia
Marco Ponti, economista, Politecnico di Milano
Daniele Angelo Previati, economista, Università di Roma Tre
Carlo Alberto Rinolfi, manager, Associazione a sostegno dei disabili MondoHonline
Lanfranco Senn, economista, Università Bocconi, Milano
Federico Serù, commercialista, Desio
Francesco Silva, economista, Università Milano Bicocca
Massimiliano Tarantino, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Milano
Pier Giuseppe Torrani, avvocato, Milano
Salvatore Veca, filosofo, Casa della Cultura, Milano
Fabrizio Zucca, consulente e docente, Milano

 

  1. L’ambizione nazionale e europea della Lombardia

La crisi economica in Italia è stata determinata da una politica di austerità sbagliata e l‘attuale debole ripresa economica in Europa e quindi in Italia è dovuta principalmente al graduale allentamento dei vincoli di questa politica, dovuto all’urgenza di salvare le banche europee e di dare maggiore liquidità alle imprese e alla borsa. Di fatto a nulla sono servite le famose “riforme strutturali” neoliberiste mirate alla liberalizzazione del mercato del lavoro. Tuttavia, senza una politica a livello nazionale e locale che miri esplicitamente alla ripresa degli investimenti delle imprese private e pubblici, della domanda interna, della produttività e dell’innovazione e dello sviluppo di nuove “produzioni intelligenti” nelle imprese, la crescita economica italiana è destinata a restare la più bassa dell’area Euro, come negli ultimi venti anni.

 

I principi cui si ispira questo manifesto sono diversi da quelli storici dell’individualismo e della competizione “Darwiniana” dell’ideologia neoliberista, dell’assistenzialismo e dirigismo liblab, dello statalismo e centralismo della tradizione socialista classica o dell’isolazionismo antiglobalista delle idee conservatrici e sovraniste. Esso si ispira invece all’evoluzione recente del pensiero tecnico-scientifico, economico-sociale e giuridico-politico su: a) l’innovazione intesa come cambiamento strutturale e come processo di apprendimento interattivo o collettivo, b) la partecipazione politica, il decentramento organizzativo/istituzionale e la responsabilità dei cittadini, c) l’evoluzione dei bisogni collettivi e comuni, d) il senso della comunità e dell’identità collettiva a scala urbana, nazionale e europea, e) la solidarietà e la cooperazione a scala territoriale, interregionale e internazionale. Questi valori, che hanno antiche tradizioni nel pensiero occidentale, sono strumenti strategici più efficaci e condivisibili da parte dei cittadini milanesi e italiani, rispetto quelli tipici dei partiti nazionali e dei gruppi politici più diversi, ancorati a visioni del mondo ormai obsolete.

 

Innovazione nelle imprese, creazione di nuova occupazione di qualità e risposta agli emergenti bisogni collettivi dei cittadini sono le condizioni indispensabili per lo sviluppo di nuove produzioni. Le grandi aree metropolitane come Milano devono avviare per prime una nuova fase di sviluppo dell’economia nazionale.

 

Le privatizzazioni in Italia degli anni ’80 sono state criticate per aver portato a monopoli privati e a cattive gestioni dei servizi per i consumatori oltre che benefici solo per una ristretta oligarchia finanziaria. Peraltro, in tutto il mondo e anche in Italia nei partiti che si definiscono estranei alla dicotomia destra-sinistra, ma anche in quelli tradizionali di centro-destra e di centro sinistra è sempre più diffusa la critica al paradigma neo-liberista dominante negli anni’90 e allo strapotere di grandi gruppi (elite o establishment) industriali e finanziari, che si arricchiscono “appropriandosi”, o disponendo come se fossero di loro proprietà, di risorse pubbliche, come nel caso del demanio pubblico e delle aree ferroviarie dismesse.

  1. La risposta ai bisogni dei cittadini e i driver dello sviluppo

Un’area metropolitana moderna non deve solo essere bella e ordinata dal punto di vista urbano e architettonico, ma anche socialmente responsabile (grazie a modelli aperti di governance), tecnologicamente moderna (smart cities) e soprattutto deve essere interconnessa (network cities) e assicurare la sempre più rapida circolazione di flussi di persone e informazioni e assicurare una sempre migliore qualità della vita ai propri cittadini (well being cities).

 

Con lo sviluppo economico e l’aumentare dei livelli di reddito e di istruzione dei cittadini aumenta il bisogno di servizi di interesse collettivo rivolti non solo al singolo ma a gruppi di cittadini. Tali beni sono definiti dalla teoria economica come: beni pubblici, beni comuni, beni club o beni relazionali. Tali sono i bisogni di abitazione, tempo libero e cultura, di crescita economica e occupazione, di formazione e salute, di sostenibilità ambientale, che richiedono un’azione comune delle istituzioni. Ma sono anche bisogni collettivi quelli di partecipazione politica, solidarietà sociale verso i più deboli, di giustizia e lotta alla corruzione, di sicurezza. In particolare, è un bisogno dei cittadini tuttora insoddisfatto quello di una prospettiva di progresso economico futuro e di un equilibrio tra una forte identità collettiva e un’autonoma differenziazione individuale. Diversi bisogni pri mari anche in Lombardia e a Milano sono largamente inevasi e nuovi bisogni connessi con quelli suindicati stanno velocemente emergendo anche in Italia come negli altri paesi europei.

 

Pertanto, il rilancio dell’economia di Milano e della Lombardia deve partire, innanzitutto, dall’individuazione dei bisogni nuovi dei cittadini in un’economia dei servizi e della conoscenza e delle opportunità esistenti di sviluppo di nuove produzioni, mirate a soddisfare questi bisogni.

 

Lo sviluppo economico non è dato da una crescita incrementale nelle stesse imprese, stessi settori e stesse aree territoriali ma richiede un’accelerazione del cambiamento strutturale capace di equilibrare tra loro i cambiamenti in cinque ecosistemi prioritari:

 

1) ecosistema del sapere: occorre rinnovare l’impianto ottocentesco del sapere Milanese e Lombardo, recuperando una sua specificità, quello di affiancare il sapere istituzionale con l’organizzazione ‘aperta’ del sapere civico. Occorre avviare una politica di importazione e scambio di talenti, indispensabile per affrontare la portata dei fenomeni di innovazione. La parte pubblica deve riorganizzare i suoi sistemi cognitivi per superare l’attuale organizzazione compartimentata per settori, per garantire un rapporto interattivo con i cittadini, per garantire la proprietà civica delle risorse fondamentali, senza la quale viene a mancare ogni presupposto di organizzazione democratica.

2) ecosistema dei flussi: dato dall’interrelazione tra flussi immateriali e materiali. Fra poco disporremo della rete di TLC 5G ma non esiste un piano per i nuovi servizi che questa può attivare. Data la sua pervasività (che permette di disegnare morfologie metropolitane innovative) e l’interferenza con Internet of Things (che permette di animare i tradizionali oggetti industriali passivi, come gli edifici o gli elettrodomestici) un’agenda per i nuovi servizi metropolitani è fondamentale per definire la metropoli dei prossimi decenni. L’Agenda dei servizi immateriali deve essere naturalmente connessa all’Agenda per la nuova logistica urbana e regionale, che affronti il passaggio dalla logistica del motore a scoppio e della ferrovia ‘pesante’ ai nuovi sistemi ‘leggeri’ integrati con automatismi e intelligenza artificiale;

3) ecosistema della sanità: le nuove tecnologie hanno particolare applicazione nella sanità a causa della sua redditività. Bisogna prendere atto che i progressi in questo settore sono tangibili ed hanno come contraltare l’incapacità della parte pubblica nel prendere coscienza critica dei nuovi assetti possibili per guidare nuovi modelli pubblici di erogazione dei servizi sanitari. Occorre ripartire dai fallimenti della Città della Salute/Aree Falck e dalle potenzialità dei modelli tipo “Watson”, che non possono essere ignorati, per una nuova dimensione civica dei servizi sanitari;

4) ecosistema delle risorse naturali. Le Convenzioni internazionali prevedono l’eliminazione delle produzioni basati sull’estrazione di materia a favore di produzioni basate sulla ricombinazione biologica per cui occorre fare un bilancio della biodiversità metropolitana e regionale, valutarne il suo potenziale economico, progettare la sua integrazione con il sistema economico produttivo delle biotecnologie. L’ambiente naturale diventa così (assieme al sapere) il settore primario dello sviluppo metropolitano e regionale. In questa visione ha rilevanza l’ecosistema dell’acqua, con le sue preesistenze storiche, i nuovi problemi di regolamentazione, la sua rilevanza come materiale prima di un modello economico basato sulle risorse naturali;

5) ecosistema delle risorse fisiche. La sua evoluzione è dettata dalla Convezione di Parigi che segna il passaggio degli edifici come “machine per abitare o lavorare” a strutture in cui l’abitare o il produrre è accompagnato all’autosufficienza energetica e alla connettività. Gli edifici quindi abbandonano la sola vocazione funzionale per accompagnarla a quella di produttori di energia e di relazioni. Diventano così dei punti interconnessi in rete a basso consumo di risorse, energetiche e naturali. Lo sviluppo del “sistema delle costruzioni” (built environment) deve affrontare questioni nuove come l’instabilità del risiedere e dei redditi. Offrire soluzioni abitative per questi nuovi contesti economici e sociali è una delle sfide della metropoli, la quale offrirebbe modelli ad alta esportabilità anche a scala internazionale, oltre che regionale e nazionale.

 

  1. Le aspirazioni dei cittadini e i valori costituzionali

 

Anche nella promozione dello sviluppo economico e della qualità ambientale le linee di intervento delle politiche economiche e urbane, a livello locale come a livello nazionale e europeo, devono ispirarsi e interpretare i ben noti valori costituzionali di libertà, uguaglianza e collaborazione. Infatti, questi valori hanno implicazioni molto chiare nelle politiche e nei progetti delle istituzioni pubbliche.

more ladders of success for every child and family that’s willing to work hard

 

La liberta’ implica l’aspirazione a realizzare le proprie capacità sia nel lavoro che nel tempo libero da parte dei cittadini, che vogliono impegnarsi con forza, e innanzitutto da parte dei giovani con elevata qualificazione professionale, come anche di altri ceti sociali, quali gli immigrati e gli anziani che rappresentano una quota sempre maggiore della popolazione residente. Libertà significa quindi valorizzare il capitale umano, le competenze e l’intelligenza, che sono la risorsa fondamentale per la crescita economica e sociale futura, e richiede che le politiche pubbliche mirino a creare più lavoro di migliore qualità.

 

L’uguaglianza implica che anche la Regione Lombardia e gli enti locali devono fronte al grande aumento delle disparità e alla situazione di povertà accertata di milioni di italiani. L’aspirazione a standard di vita migliori per ogni cittadino, anche quelli con reddito minore, e quindi la promozione dell’offerta di beni pubblici (beni “comuni” e beni “relazionali“), che rispondono ai nuovi bisogni comuni dei cittadini, e non solo di beni e servizi “privati” rivolti ad un uso individuale. E’ importante anche lo sviluppo della condivisione (sharing economy) di beni e di servizi di importanza collettiva disponibili a tutti i cittadini, con l’obiettivo della riduzione delle diseguaglianze e delle disparità sociali. Dal punto di vista politico-istituzionale l’uguaglianza vuol dire anche maggiore democrazia o assicurare a tutti la partecipazione alle decisioni politiche, che ora vedono lo strapotere di un establishment (oligarchia/classe dirigente) finanziario-politico e quindi la necessità di trasferire verso il basso del potere di decisione politica, anche tramite forme di referendum deliberativo su temi specifici, come anche di impedire un arricchimento privato di pochi svendendo beni di proprietà collettiva, come il demanio pubblico.

 

La collaborazione o fraternità implica l’aspirazione a sviluppare il senso dell’identità civica (civicness) e il senso di appartenenza comune e quindi la collaborazione non solo tra gli individui e tra i cittadini, ma anche tra i diversi attori sociali (stakeholder), quali: il mondo delle imprese, dei lavoratori, della comunità degli esperti e dei centri di ricerca. E’ anche necessario promuovere relazioni di collaborazione sempre più strette tra produttori e consumatori, dato che la loro interazione è indispensabile perché emergano nuove produzioni e nuovi modelli di consumo. In questa prospettiva è necessario promuovere il ruolo delle associazioni e istituzioni intermedie (capitale sociale), la fiducia tra i cittadini (people), ed anche il senso della sicurezza personale, il rispetto delle leggi, l’ordine pubblico, la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, l’onestà, la trasparenza delle procedure, dato che senza fiducia comune non è possibile promuovere il consenso tra i cittadini su ambiziose azioni comuni.

 

La collaborazione tra diversi cittadini e gruppi organizzati favorisce la fiducia reciproca, l’identità e il senso di appartenenza collettiva dei cittadini e dei diversi attori economici e sociali, che sono i fattori cruciali per lo sviluppo economico e la qualità della vita nella città e nella regione. Pertanto, in una moderna società dell’innovazione e della conoscenza, non basta la libertà (o la concorrenza) e neanche la uguaglianza (o la gerarchia) ma ci vuole anche la fraternità (o la collaborazione).

 

La crucialità dell’intervento pubblico. Diversamente dagli approcci neoliberisti, il settore pubblico deve continuare a svolgere un ruolo essenziale di indirizzo, stimolo e regolazione delle iniziative private. Tutti i livelli di governo – locale, regionale, nazionale ed europeo – devono essere coinvolti. In particolare, in base ad un principio di sussidiarietà è necessario aumentare il potere politico e le responsabilità dei governi regionali e delle amministrazioni locali, incluse forme di autogoverno nella responsabilità fiscale (anche per finanziare attività non previste dal governo nazionale). Accanto al ruolo dei soggetti pubblici un ruolo fondamentale deve essere svolto da imprese, università e consumatori secondo il modello della “quadrupla elica”.

 

  1. Maggiore partecipazione e decentramento decisionale

 

Per rinnovare il dibattito politico a livello locale, regionale e nazionale è necessario compiere uno sforzo collettivo che permetta di definire una strategia nuova e progetti innovativi di investimento per rilanciare l’economia e migliorare la qualità della vita dei cittadini.

 

Un nuovo progetto politico deve certamente coinvolgere sia i partiti politici tradizionali che le istituzioni pubbliche, ma deve partire innanzitutto dalla collaborazione nella forma di una rete o di un’alleanza trasversale (“rassemblement”) tra i diversi gruppi di opinione, i social networks e i circoli politico-culturali, le associazioni di cittadini e degli operatori economicosociali e i network informali e le consolidate associazioni nazionali e internazionali di ricercatori accademici e di professionisti. Tra questi attori collettivi sembra esistere ormai da diversi anni un largo consenso su linee di politica economica e urbana più moderne di quelle ormai datate seguite nei partiti politici tradizionali.

 

Una nuova strategia di intervento a scala metropolitana, regionale e nazionale non può essere decisa da un gruppo esclusivo di pochi manager privati e pubblici in relazione tra loro (capitalismo relazionale), che di fatto ormai operano al di fuori del controllo delle forze politiche e delle istituzioni nazionali e locali, disattente ai temi dell’economia reale e interessate solo a gestire in modo miope i conti dello Stato e la distribuzione dei fondi pubblici a scopo elettorale.

 

Ad esempio, gli investimenti negli scali ferroviari sono l’opportunità per sviluppare la partecipazione democratica dei cittadini alle decisioni collettive nella città e della regione e contrastare la tendenza alla concentrazione del potere di decisione in istituzioni e grandi imprese a livello nazionale e internazionale fuori dal controllo della comunità locale.

 

In generale, il disegno e la realizzazione di un programma di investimenti e dei singoli progetti operativi rendono opportuno, da un lato, un modello moderno di governance multi-livello delle relazioni tra i cittadini e le istituzioni locali e le istituzioni regionali e lo Stato Nazionale e l’Unione Europea, dall’altro, e quindi lo sviluppo di reti di cooperazione (quadruplice elica) tra i cittadini, il mondo delle istituzioni pubbliche, le imprese e il sindacato e infine le università e i centri di ricerca. Cruciale è anche il coinvolgimento fin dalla fase di ideazione dei progetti di intervento del mondo delle istituzioni finanziarie regionali e nazionali.

 

Inoltre, i grandi progetti di investimento devono e possono promuovere una riduzione delle disparità di reddito e di ricchezza tra i cittadini, stimolare una maggiore concorrenza tra le imprese e assicurare un’amministrazione pubblica trasparente e corretta. Questo assicurerà una maggiore fiducia nel futuro e stimolerà lo sviluppo della città e della regione.

 

Sono quindi necessarie innovazioni negli strumenti di governance pubblica dei progetti di investimento. In questa prospettiva anche a Milano e in Lombardia possono essere adottate, nei processi di decisione e intervento pubblici e innanzitutto nella governance dei grandi progetti urbani, innovazioni di tipo tecnologico, organizzativo, sociale, istituzionale e finanziario, che si basano sulla collaborazione tra i diversi attori locali e sulla creazione di soggetti pubblici o pubblici-privati, specializzati in operazioni di pianificazione urbanistica e territoriale, di finanziamento di grandi progetti, di costruzione e di gestione successiva dei relativi servizi.

 

Invece, è necessario che, anche in Lombardia e a Milano e nelle altre città italiane interessate, la riqualificazione di grandi aree abbandonate sia affidata non ad un’impresa privata, ma ad un Ente, che abbia natura pubblica e dia priorità all’interesse generale rispetto agli interessi finanziari privati e deve intervenire solo a beneficio delle istituzioni pubbliche partecipanti, come Comune, Regione e Stato. Tale Ente deve anche avere pieni poteri nell’acquisizione dei terreni e il compito operativo di definire una proposta tecnica di strategia generale, avvalendosi delle migliori competenze locali e europee.

 

Quasi sempre all’estero, la proprietà delle aree e la loro valorizzazione sono affidate ad un Ente di natura pubblica, come una “Fondazione”, come nel caso delle “società pubbliche locali di pianificazione urbana” (Société Publique Locale d’Aménagement SPLA) oppure le Urban Enterprise Zones – Development Corporations inglesi e americane e le Internationale Bauausstellung (IBA) tedesche. Queste strutture moderne hanno gestito grandi progetti come quelli di Clichy-Batignolles e di molti altri quar tieri a Parigi, il London Thameslink rail project tra le stazioni di King’s Cross, St Pancras e Euston, il progetto Hudson Yard Area a New york. Una struttura simile venne creata anche a Torino per organizzare il progetto del Passante Ferroviario, denominato Spina. Un positivo esperimento nell’area milanese può fungere da esempio e da guida per altre realtà territoriali italiane.

 

  1. Innovazione, progettazione e qualità degli investimenti

 

Lo sviluppo economico anche e soprattutto in una regione molto sviluppata come la Lombardia richiede una nuova visione basata sul passaggio da un approccio incrementale della crescita economica a una visione ‘dirompente’ (“disruptive”) a causa della rapidità dei processi di innovazione che attualmente avvengo in tutte le produzioni.

 

La qualità della progettazione rappresenta una condizione cruciale dell’innovazione e per ridurre i tempi di realizzazione dei progetti. Inoltre, l’attività di progettazione permette di individuare i diversi interventi possibili e opportuni, di definire in modo rigoroso le loro caratteristiche tecniche e di valutare i relativi costi e benefici alternativi.

 

I progetti di investimento di fondi privati e pubblici richiedono innanzitutto un livello elevato di innovazione non solo di tipo tecnologico ma anche organizzativo e istituzionale, dato che l’innovazione assicura un adeguato o elevato rendimento finanziario degli investimenti, senza il quale non sarebbe possibile il concorso delle risorse finanziarie private e non solo di quelle pubbliche.

 

E’ necessario quindi che la Regione Lombardia, il Comune di Milano e gli altri enti locali della regione impegnino adeguate risorse finanziarie e prevedano il tempo adeguato necessario per coinvolgere nello sforzo di progettazione la comunità degli esperti, dei singoli e di gruppi autonomi di ricercatori delle università lombarde e dei centri di ricerca e progettazione internazionali, ad esempio tramite l’organizzazione di concorsi di idee internazionali, e per promuovere la collaborazione e gli scambi di conoscenze tra i diversi attori locali.

In particolare, è necessario definire la priorità da assegnare al disegno delle scelte politiche e strategiche rispetto al disegno fisico dei singoli interventi sul territorio. Infatti, è necessario partire, innanzitutto, dall’individuazione dei bisogni nuovi dei cittadini in un’economia dei servizi e della conoscenza e delle opportunità esistenti di sviluppo di nuove produzioni, mirate a soddisfare questi bisogni. In una seconda fase, è necessario definire le strutture pubbliche e pubblico-private, che sulla base delle esperienze estere possono organizzare una strategia pubblica di sviluppo della città e si devono promuovere progetti di investimento molto innovativi da parte di imprese private e istituzioni pubbliche e ricercare i relativi fondi finanziari privati e pubblici. Solo in una terza fase, è necessario passare alla proposta di soluzioni tecniche e architettoniche e alla costruzione degli immobili destinati a ospitare le nuove produzioni come le cinque produzioni prima individuate.

 

  1. Orientamento al futuro e gli investimenti in progetti strategici

 

 

I cittadini e le imprese milanesi aspirano ad una maggiore certezza sul futuro e chiedono scelte di politica economica e urbana che rispondano ad un’ambizione di medio e lungo termine. E’ necessario sviluppare produzioni nuove o innovazioni collettive, che possono essere individuate con la partecipazione attiva dei cittadini con la collaborazione con i diversi centri culturali, di ricerca e universitari della città: Queste nuove attività strategiche devono essere attitivà di “rango” superiore o rivolte ad un bacino di utenza, non locale, ma a scala metropolitana, regionale e nazionale e capaci di attrarre fondi finanziari all’esterno dell’area metropolitana.

 

La strategia di sviluppo economico e di qualità ambientale per Milano e la Lombardia può essere analoga a quella indicata nei tre E-books del “Gruppo di Discussione: Crescita, Investimenti e Territorio”, ove vengono illustrate le linee guida di una strategia di politica economica e industriale sia in Italia che nell’Unione Europea, basata sul rilancio degli investimenti privati e pubblici nelle città e mirata a soddisfare la domanda interna e i bisogni dei cittadini in cinque ambiti strategici e innovativi

(cfr. http://economia.uniroma2.it/dmd/crescitainvestimenti-e-territorio ).

Una politica di innovazione, occupazione e benessere per i cittadini della Lombardia richiede un programma pluriennale di investimenti privati e pubblici sotto la regia della Regione Lombardia e dei diversi Comuni e Province nei seguenti cinque ambiti strategici:

 

1) costruire abitazioni di nuovo tipo diverse da quelle esistenti adatte per una popolazione con caratteristiche demografiche sempre nuove,

2) facilitare la mobilità dei flussi di persone, di mezzi di trasporto privati e pubblici e di informazioni, che sono la caratteristica principale di una metropoli moderna e di una città-regione organizzata come una rete di città di diverse dimensioni collegate dalla rete ferroviaria regionale e da altre infrastrutture,

3) creare nuovi centri e spazi pubblici per la cultura e il tempo libero dei cittadini e dei giovani in particolare,

4) assicurare lo sviluppo delle università e degli ospedali, che sono elemento cruciale per una città vitale e la qualità della vita e non devono essere decentrati a decine di chilometri di distanza in zone periferiche,

5) sviluppare i parchi urbani, connettere e sviluppare la rete di vie d’acqua a scala regionale e a Milano e assicurare l’uso delle tecnologie moderne per il risparmio energetico.

 

Lo sviluppo della domanda dei cittadini e dell’offerta delle imprese in questi cinque “mercati guida” deve essere collegato a progetti che siano collegati ai diversi ecosistemi indicati precedentemente (“ecosistema del sapere, dei flussi, della sanità, delle risorse naturali e delle risorse fisiche”) ed è di guida per lo sviluppo di nuove produzioni, che promuovano una diversificazione intelligente (smart specialization) del sistema produttivo regionale e metropolitano verso nuove produzioni innovative, che si aggiungeranno o integreranno quelle già esistenti e quindi creeranno nuova occupazione qualificata, e renderanno la Lombardia, l’area milanese e le diverse città regionali delle diverse dimensioni sempre più dinamiche e attrattive.

  1. Diffondere i benefici dei progetti a scala territoriale più ampia

 

La politica territoriale della Regione Lombardia deve essere parte fondamentale della strategia economica e istituzionale che mira a rendere la Lombardia una regione attrattiva, aperta e accessibile a scala europea, una regione leader della crescita italiana, una regione con buone condizioni di vita per i suoi cittadini e una regione sostenibile dal punto di vista ambientale e che non spreca le sue risorse.

 

La politica regionale permetterà la realizzazione delle capacità individuali dei cittadini, lo sviluppo di nuove idee, innovazioni nel sistema produttivo industriale e dei servizi e nel sistema delle istituzioni e il rinnovo delle capacità degli attori privati, delle istituzioni locali e delle diverse agenzie pubbliche.

 

E’ necessario quindi che la Regione Lombardia, l’area metropolitana milanese e le aItre istituzioni locali nella regione definiscano progetti strategici e emblematici dell’ambizione della Lombardia e della metropoli milanese a un nuovo posizionamento a scala nazionale ed europea. In particolare, è necessario investire maggiori risorse sia pubbliche che private nell’espansione delle capacità, nell’innovazione non solo tecnologica ma anche organizzativa e nel miglioramento della qualità dei servizi privati e pubblici nei diversi sistemi, tra loro strettamente interdipendenti, delle abitazioni, dei trasporti, dei servizi alle persone privati della cultura in senso ampio e per il tempo libero, della formazione superiore e della sanità e della tutela dell’ambiente naturale, del patrimonio culturale, del paesaggio e dell’energia.

 

In questa prospettiva, è necessario sviluppare una regione policentrica e rafforzare la coesione, la collaborazione e il coordinamento tra i diversi centri urbani sia all’interno delle singole province che a scala regionale. L’area metropolitana milanese deve essere una “piattaforma aperta” al resto del territorio e agli altri centri urbani della Lombardia e deve essere sia di spinta del cambiamento strutturale (disruptive) e dello sviluppo nazionale che fortemente integrata con il sistema delle altre metropoli europee.

La Regione Lombardia deve definire:

  •  una sua Agenda strategica pluriennale per accelerare lo sviluppo economico e la crescita delle imprese nei diversi settori produttivi industriali e non industriali.
  • • un disegno territoriale di equilibrio urbano e ambientale interno, che sia strettamente coordinata con le strategie di sviluppo dell’area milanese e delle altre province.
  • • un piano operativo annuale di investimenti pubblici e privati e dei relativi finanziamenti nei diversi settori strategici sopraindicati, che sia compatibile con un bilancio pubblico regionale in equilibrio, ma orientato sia all’efficienza dei costi che al miglioramento dell’offerta dei servizi e alla crescita degli indispensabili investimenti.

 

L’ “ampliamento” dell’area urbana è il più potente moltiplicatore dello sviluppo. Questo processo di ampliamento delle relazioni materiali e immateriali sia dell’area metropolitana milanese che del contesto policentrico lombardo non comporta necessariamente maggiore consumo di suolo, né costruzioni dappertutto e nemmeno inevitabilmente nuove costruzioni. Nella tradizione europea l’allargamento può avvenire anche con un sistema d’insediamenti funzionalmente connessi -non necessariamente continuo, anzi, il più possibile discretoma collegati da un’efficiente rete di trasporti e di infrastrutture di ICT. Insediamenti che funzionino come un unico sistema dal punto di vista dell’accessibilità a qualsiasi funzione: lavoro, studio, cultura, salute, svago; che consenta ad una città-regione o una rete regionale di città gli stessi vantaggi di una grande metropoli senza averne i costi elevatissimi.

 

Questa visione consente anche di risolvere agevolmente i problemi di localizzazione, perché nei nodi del sistema di trasporto di massa (pubblico, in primis, ma anche privato: assistiti dai nuovi strumenti cognitivi) vi sono le opportunità di localizzazione razionale delle funzioni. La rete di trasporto, che funziona come moltiplicatrice delle condizioni urbane, diventa strategica, ma essa è ancora largamente incompleta nelle nostre città ed il suo adeguamento può essere strategico per la ripresa dell’economia regionale.

 

Se davvero si vuole che tutti gli abitanti della Città Metropolitana e di tutta la più estesa area milanese-lombarda, possano godere degli stessi servizi e delle stesse opportunità dei milanesi, in modo da trasformare tutta l’area milanese-lombarda in un’unica grande città, sostenibile e non congestionata, con pari opportunità per tutti i cittadini, occorre mettere in atto una strategia di localizzazione delle nuove grandi funzioni e servizi. Quindi, non disseminare funzioni su tutta la città metropolitana, ma in primis inserirle nei nodi della rete di trasporto pubblico in ragione della loro gerarchia, ma senza trascurare la rete stradale. Solo questo criterio consente la migliore accessibilità alla più vasta platea di utenti, senza discriminare alcuno e, soprattutto, senza discriminare i ceti più deboli.

 

In particolare, tema cruciale di nuova governance territoriale regionale è la valorizzazione delle potenzialità delle aree ferroviarie dismesse. La riqualificazione degli scali ferroviari non è solo un grande progetto di pianificazione urbanistica o un’operazione di valorizzazione immobiliare, ma innanzitutto può essere lo strumento innovativo e potente di una strategia di sviluppo futuro e di risposta ai nuovi bisogni dei cittadini per la città di Milano e la regione Lombardia

(cfr. http://www.lombardiasostenibile.eu/)

 

Infatti, i nodi delle stazioni e i collegamenti ferroviari a scala regionale devono essere la sede di attività innovative, che devono essere servizi di “rango” regionale o nazionale e non solo cittadino e quindi potranno svolgere un ruolo strategico di propagatore dell’innovazione e dello sviluppo regionale.

 

Le aree degli scali ferroviari a Milano sono anche quelle in cui sono allocate le stazioni del passante e della rete ferroviaria di superficie e quindi sono le aree più accessibili da tutta la Regione (e ancor più dalla Città Metropolitana), con un trasporto pubblico più veloce. Queste aree rappresentano un patrimonio unico e non riproducibile, vista l’elevatissima rigidità nel tempo dell’impianto delle linee ferroviarie, per collocarvi le grandi funzioni della vita civile, quelle che attraggono la maggiore quantità di spostamenti (ospedali, università, grandi uffici pubblici). Destinarle alla sola edilizia privata o ad attività direzionali di imprese vorrebbe dire, in un sol colpo, sprecare per sempre questo ingente patrimonio, e precludersi per sempre queste opportunità. Peraltro, la presenza di funzioni pubbliche nuove e di alto livello, nelle aree prossime alle stazioni, non è incompatibile con sviluppi anche ingenti di edilizia privata nelle rimanenti aree, sviluppi che vedrebbero aumentato il loro valore proprio dalla presenza di queste funzioni.

 

Decisioni di questo tipo si sono già viste a Milano: l’Università Statale a Bicocca invece che sulla stazione di Porta Vittoria, il progetto della Grande Biblioteca abbandonato sempre a Porta Vittoria per uno sviluppo edilizio privato fallimentare, la Città della Salute a Sesto San Giovanni (a 500 m dall’unica ferrovia che non confluisce nel passante) e ancora diverse Facoltà del Politecnico a Expo (a circa 1,5 Km dalle stazioni) e non sul contiguo scalo di Lambrate. Continuare su questa strada, che già peserà non poco sul futuro di Milano, sarebbe assai pericoloso.

 

E’ necessario riqualificare gli spazi fisici abbandonati, come le aree ferroviarie dismesse, o utilizzati in modo inadeguato, come le periferie urbane, e integrarli con i nuovi spazi immateriali dei flussi e delle relazioni interattive di natura economica, tecnologica e sociale tra i cittadini, con una sensibilità al ruolo delle risorse naturali come generatore di benessere per la collettività. Infatti, la cintura ferroviaria a Milano ha separato tra di loro interi quartieri e li ha isolati dal centro urbano e gli scali ferroviari possono essere la testa di ponte del sistema infrastrutturale regionale e possono svolgere il ruolo di “catapulta” nelle relazioni tra la metropoli milanese e le altre aree della regione.

 

In generale, il mancato utilizzo di una risorsa particolarmente scarsa in una grande area urbana come il territorio ha comportato per un periodo molto lungo di anni il danno di una minore qualità della vita per i cittadini, che avrebbero potuto godere di maggiori servizi pubblici o verde pubblico. La qualità della vita nella città è, infatti, il fattore principale dello sviluppo economico della città stessa per la sua capacità di attrarre persone, imprese e capitali.

 

Nella riqualificazione del suolo pubblico e del demanio ferroviario, non solo a Milano ma anche nelle altre città lombarde, ove esistono scali ferroviari parzialmente inutilizzati, va data la priorità all’uso a scopi collettivi. Il suolo pubblico degli scali ferroviari che le Ferrovie dello Stato non utilizzano deve essere riconsegnato ai cittadini, dato che esiste un’infinità di bisogni pubblici che devono essere soddisfatti, e non deve essere venduto a un fondo immobiliare privato speculativo (“Fondo Olimpia”), determinando un effetto negativo per le prossime generazioni.

 

In particolare, la rendita fondiaria creata dalla trasformazione urbanistica delle aree degli scali ferroviari spetta alla comunità dei cittadini e alle istituzioni locali e deve essere destinata a finanziare investimenti nella città e nella regione che migliorino il sistema della mobilità urbana e regionale e non deve essere sfruttata per trasferire capitali finanziari al di fuori dell’area milanese, da distribuire agli azionisti delle Ferrovie dello Stato Spa sotto la forma di dividendi o di un aumento del valore delle azioni, tenuto conto del progetto della sua quotazione in borsa e dell’entrata di azionisti privati nazionali e internazionali.

 

Pertanto, le aree ferroviarie potranno essere valorizzate solo se non vengono destinate a banali espansioni residenziali, commerciali e direzionali, ma a grandi progetti innovativi che rispondano direttamente ai nuovi bisogni dei cittadini e che possano essere il motore di una nuova fase di sviluppo della città. Le aree ferroviarie dismesse non devono diventare un quartiere per ricchi, ma devono permettere di ridurre il pendolarismo e il traffico, offrendo un’abitazione a quanti ora lavorano nelle città ma abitano anche fuori dalle città e in generale devono servire a migliorare la qualità urbana nelle aree semicentrali delle città.

 

In conclusione, la scelta di come riutilizzare le aree ferroviarie dismesse a Milano e nelle altre città della Lombardia e quali investimenti effettuare deve prevedere una forte regia pubblica e forme adeguate di decentramento decisionale. Bisogna quindi sviluppare la partecipazione democratica dei cittadini alle decisioni collettive nella città e nella Regione anche con forme di democrazia diretta, come e non solo il referendum deliberativo, dati i limiti di un sistema di tipo esclusivamente rappresentativo.

 

  1. La strategia regionale per la Green Community

 

L’esigenza di riqualificare gli spazi naturali implica un nuovo modello di governo del territorio regionale, attenta alla difesa del patrimonio di “beni pubblici”, capace di avviare nuove relazioni interattive con i cittadini, sensibile al ruolo generatore di nuova ricchezza delle risorse naturali.

Il Piano Naturalistico è elemento centrale della pianificazione territoriale, fonte primaria della sostenibilità della valorizzazione multifunzionale del patrimonio naturale a scala regionale e locale.

In relazione agli aspetti di valorizzazione economica è necessario definire un piano finanziario non estemporaneo, capace di utilizzare fonti istituzionali europee, nazionali e regionali e fonti private e pubbliche, composto da prestiti, gettiti da tasse di scopo, sgravi e tariffe, conseguenti a verifiche puntuali del Piano dei Servizi concordato, accompagnato da una rendicontazione chiara, che permetta un’analisi pubblica del rapporto costi/benefici, dei benefici ambientale e dei costi e valori economici.

E’ quindi necessario trasformare lo strumento, essenzialmente urbanistico, dei Piani Territoriali dei singoli comuni nei Piani Naturalistici Comunali funzionali alla qualificazione ecologica degli interventi urbani e territoriali. La Regione Lombardia deve prevedere l’introduzione dell’obbligatorietà del P.N.C. quale integrazione del P.G.T. comunale. Si tratta di un rovesciamento di prospettiva che, invece delle risorse naturali da salvaguardare in modo residuale, apre la possibilità di una valorizzazione in senso sociale e di un’estensione degli effetti positivi sul sistema economico locale.

 

In particolare, l’introduzione della pianificazione naturalistica come elemento costitutivo dei PGT dei Comuni può trovare nei parchi regionali e nei corridoi ecologici, che connettano i Parchi regionali con l’urbanizzazione dei comuni, una relazione di qualificazione importante.

 

Inoltre, occorrono strumenti incentivanti per le amministrazioni locali dei territori interessati affinché si crei un circolo virtuoso di stimolo, informazione, formazione e azione è necessario favorire la creazione di reti tra imprese in chiave pubblico/privato affinché si produca e diffonda una pratica coerente. Proprio la parte pubblica dovrebbe svolgere la funzione di regia generale dei progetti e di connessione e messa in rete dei diversi attori.

 

A tal fine è necessario individuare le funzioni e la tipologia dei soggetti fornitori dei servizi, quali caratteristiche comuni devono avere all’interno di una visione ecosistemica e in relazione con gli strumenti di pianificazione in atto, quale informazione e formazione si rendono necessarie e a chi viene affidato il compito di garantirle.

 

E’ inoltre necessaria la definizione di soggetti/figure che possono svolgere servizi di alto valore qualitativo in modo coerente e armonico. In particolare, i parchi regionali possono svolgere un ruolo fondamentale a garanzia di solidità, qualità e consapevolezza diffuse e condivise.

 

I Parchi Regionali oggi, nella società e nell’economia della conoscenza, devono essere territori multifunzionali della sostenibilità, della qualità, della bellezza: un retroterra ricco di soluzioni che, lungo la filiera agroalimentare e naturalistica, sono in diretta relazione con la qualità dell’abitare dei centri urbani.

 

I Parchi Regionali nascono in Lombardia come modello culturale finalizzato a rigenerare un territorio spesso compromesso. I Parchi sono i delegati della Regione al mantenimento della biodiversità e al mantenimento dell’ambiente naturale, intesi come competenza sul controllo della flora, della fauna, sui complessi boscati, nonché sulla organizzazione dei servizi di fruizione (agriturismi, musei ecologici, percorsi naturalistici ecc.) e dei programmi di educazione ambientale per la scuola dell’obbligo.

 

Il ruolo del Piano Naturalistico come essere elemento centrale della pianificazione territoriale chiede di trovare efficace e condivisa a diverse questioni chiave:

come favorire, in modo ulteriore rispetto alle leggi che interessano tutto il territorio regionale, il risparmio di suolo, quindi il recupero del patrimonio esistente, salvaguardando in ogni caso l’ingombro volumetrico in relazione alla superficie occupata?

  • Come favorire ulteriormente il pieno utilizzo delle fonti di energia rinnovabili?
  • Come favorire l’utilizzo di materiali edili più salubri e coibentanti?
  • come favorire negli spazi periurbani residuali non edificati lo sviluppo di orti urbani sostenibili e di qualità? Come aiutare a renderli tali i comuni nei/dei Parchi Lombardi?
  • come favorire un turismo diffuso e consapevole? Come favorire i mezzi di trasporto meno o per nulla impattanti per quanto riguarda le emissioni? Come favorire i punti di interscambio tra rotaie/canali navigabili e biciclette o mezzi elettrici? Come favorire l’esistenza di servizi di manutenzione e supporto per questi mezzi?
  • come favorire il rapporto continuativo tra le imprese della filiera agroalimentare nei Parchi Lombardi con le scuole e le università? Come favorire lo sviluppo di una loro disponibilità didattica? Come favorire lo scambio di esperienze didattiche? Come favorire la creazione di un rapporto non didattico con le famiglie degli alunni e degli insegnanti?
  • come favorire la creazione di Reti di Imprese nei parchi ( utilizzando e sviluppando la Legge Nazionale) per aumentare le capacità produttive di beni e servizi e garantire uno standard qualitativo diffuso?
  • come favorire lo sviluppo di pratiche di Cittadinanza Attiva che possono contribuire ad attività utili per i parchi limitandone i costi relativi?
  • come utilizzare la rete digitale e le piattaforme informatiche per l’attività, partecipata da tutti, di informazione, comunicazione, formazione, promozione, distribuzione di prodotti e di servizi? Come sviluppare tratti comuni nelle strategie e modalità di comunicazione affinché i Parchi Lombardi proprio per la coerenza informativa abbiano più forza di penetrazione?

 

E’ necessario pensare a momenti locali di confronto che coinvolgano tutti gli stakeholder interessati e ad un osservatorio centrale per raccogliere e condividere la conoscenza sia delle esperienze virtuose, con i relativi fattori di successo (sia sul piano organizzativo-procedurale che sulle competenze dei fornitori dei servizi) che delle criticità. La Regione, i comuni e i parchi naturali devono avere una funzione particolare sia di generatori della valorizzazione sostenibile del patrimonio naturale, che di moltiplicatori di consapevolezza e responsabilizzazione.

 

Per raggiungere questo obiettivo serve un approccio nuovo, non condizionato dalla mera difesa identitaria né da immediate rendite economiche individuali, ma si deve favorire la progettazione a lungo termine e aperta alle sinergie, che oggi è completamente scomparsa a causa di classi dirigenti miopi, autoreferenziali e collusive e il coinvolgimento e la reale partecipazione dei cittadini.

 

E’ necessario definire insieme un’agenda pubblica fatta di proposte condivise nella comunità cittadina e regionale (civicness) e capaci di tradursi fin da subito in un’azione politica efficace attraverso la partecipazione informata, comunicazioni, proposte, petizioni, referendum deliberativi, leggi di iniziativa popolare e ogni altro possibile strumento.

 

 

  1. Una maggiore autonomia politica regionale

 

La collaborazione tra i diversi attori locali e regionali favorisce la fiducia reciproca, l’identità e il senso di appartenenza collettiva dei cittadini e questi sono fattori cruciali per una azione comune volta a promuovere lo sviluppo economico e la qualità della vita nella città e nella regione.

 

Pertanto, lo sviluppo futuro e la valorizzazione della qualità della vita della Lombardia e a Milano richiedono di contrastare quelle linee politiche nazionalistiche o localistiche, sostanzialmente reazionarie, autoritarie e aggressive, che si basano sull’euroscetticismo, la paura delle migrazioni e del progresso tecnologico e che non condividono valori come il progresso, l’innovazione, la collaborazione, la solidarietà e l’apertura internazionale, come è tipico dell’identità comune e delle tradizioni caratteristiche della nostra regione e città.

 

Il problema della autonomia non è certamente solamente un problema di maggiori risorse fiscali, ma innanzitutto di maggiore autonomia nel decidere lo sviluppo futuro della Lombardia e di maggiori competenze e responsabilità della Regione rispetto allo Stato nazionale. Un tipo particolare di spesa pubblica deve essere aumentato: gli investimenti, in considerazione sia del crollo registrato nell’ultimo decennio – a causa anche delle eccessive e sbagliate politiche d’austerità – sia delle esigenze (largamente insoddisfatte) dei cittadini. A livello locale e in particolare urbano, sono numerosi gli ambiti in cui gli investimenti pubblici devono svilupparsi; a titolo puramente esemplificativo: abitazione, sostenibilità ambientale, risparmio energetico, formazione e salute, tempo libero e cultura, parchi urbani e mobilità locale. Inoltre, tra i bisogni collettivi che la Regione Lombardia deve salvaguardare sono anche la partecipazione politica, la solidarietà sociale verso i più deboli, la giustizia e la lotta alla corruzione e la sicurezza pubblica.

 

D’altro lato, la necessità di un maggiore autonomia politica regionale per la Lombardia e Milano (ma anche per le altre regioni italiane del Nord e del Sud) nasce dall’insoddisfazione

 

ampiamente diffusa tra i cittadini per l’inefficacia, la mancanza di coraggio e di visione futura delle politiche economiche seguite dal Governo Centrale dall’inizio della crisi economica. Italia da almeno vent’anni il tasso di crescita è il più basso di tutti i grandi paesi dell’Euro e la progressiva centralizzazione del potere politico seguita negli ultimi anni non ha che aggravato la situazione. Pertanto, l’inefficacia delle politiche economiche del governo centrale e la mancanza di iniziativa del governo centrale in tanti ambiti, che sono invece cruciali per i cittadini, sono il motivo per cui in base ad un principio di sussidiarietà è necessario aumentare il potere politico e le responsabilità dei governi regionali e delle amministrazioni locali.

 

L’autonomia regionale va rafforzata perché: 1) in un’economia moderna come quella della Lombardia le opportunità e capacità di investimento dipendono dalle risorse produttive presenti sul territorio, 2) i bisogni nuovi e sempre più complessi dei cittadini richiedono nuovi prodotti e servizi adatti, spesso solo noti a livello locale o decentrato, e 3) i crescenti livelli di cultura e di reddito richiedono una maggiore partecipazione dei cittadini alle decisioni politiche. Infatti, una maggiore partecipazione democratica richiede un maggiore decentramento o autogoverno a livello regionale e locale.

 

Nella prospettiva delle prossime elezioni politiche nazionali e regionali in Lombardia è opportuno iniziare a definire le linee guida di una strategia, che miri sia alla crescita economica che alla qualità ambientale e all’accesso a servizi di rilevanza collettiva sempre più indispensabili, e che si ispiri a valori politici e democratici largamente condivisi dai cittadini. In particolare, è necessario il disegno di un piano strategico dell’area metropolitana milanese strettamente integrato ad una prospettiva equilibrata per il territorio regionale e alla valorizzazione degli altri centri urbani della Lombardia.

 

In primo luogo, per quanto riguarda l’obiettivo dello sviluppo economico regionale, le politiche nazionali sono costrette nello schema del liberismo e non esiste da anni una strategia industriale a livello nazionale, mentre si assiste alla creazione di nuovi monopoli o oligopoli privati e di collusioni affaristiche tra pochi gruppi finanziari. Gli investimenti fissi e quelli immateriali in innovazione e formazione professionale sono diminuiti in modo enorme e settori strategici sono ora controllati da imprese estere.

In Lombardia lo sviluppo delle tecnologie e dei servizi moderni richiede il passaggio da un’economia basata su industrie tradizionali a un nuovo modello di economia trainata dalla tecnologia, da consumi moderni e dall’innovazione e capace di creare nuova occupazione qualificata e valorizzare il capitale umano diminuendo la disoccupazione giovanile. Pertanto, la politica regionale non deve tanto concentrarsi su determinati settori produttivi ma sulla promozione degli investimenti e dell’innovazione che richiedono azioni diverse da regione a regione.

 

Sono quindi necessari progetti industriali strategici e, tramite bandi di gara aperti a consorzi di imprese, la creazione di diversi “centri di competenza” che mirino allo sviluppo di nuove produzioni industriali. Inoltre, le acquisizioni da parte di imprese estere, data l’assenza di un ruolo del governo nazionale, devono essere negoziate dai governi regionali e dai sindacati (come in Germania, Francia, UK e persino USA: caso FCA e investimenti cinesi). Esse sono utili solo se aumentano l’occupazione e il know-how e se portano ad una maggiore integrazione produttiva delle imprese piccole e medie locali in filiere produttive competitive a livello internazionale, e non devono essere solo funzionali a ristrutturazioni industriali e operazioni finanziarie, che impediscono di fatto la crescita all’estero delle imprese italiane, costringendole ad un ruolo secondario nell’ambito di un gruppo multinazionale. Infine, la deregolamentazione del settore creditizio ha portato alla scomparsa di banche piccole e medie focalizzate sulla concessione del credito agli investimenti delle imprese regionali e alla concentrazione in grandi istituti di credito interessati solo alla raccolta dei risparmi e loro investimento sui mercati internazionali dei capitali.

 

In secondo luogo, per quanto riguarda l’obiettivo di una migliore qualità della vita per i cittadini, le politiche nazionali, costrette nel modello neoliberista della deregolamentazione del mercato del lavoro, si sono concentrate solo sulla competitività dell’offerta e sulla riduzione dei costi del lavoro e non hanno invece mirato a espandere la domanda interna, che è cruciale per molti settori dalle costruzioni ai servizi. Inoltre, è diminuita in modo drammatico la produzione del settore delle costruzioni sia per opere pubbliche che per edilizia privata e il costo delle abitazioni grava in modo sempre maggiore sui redditi dei cittadini e rende inac cessibili le case ai giovani. Data l’assenza di un piano nazionale, solo un programma regionale può essere adeguato a rilanciare l’attività del settore edilizio. Mancano iniziative rilevanti soprattutto nelle diverse città regionali mirate allo sviluppo di nuovi servizi privati e pubblici, che sono cruciali per rendere le città e diverse località regionali più attrattive ai flussi di turismo internazionale e per rispondere ai bisogni in continua crescita e in continua trasformazione dei cittadini, come quelli di mobilità, di tempo libero, di cultura, di salute e benessere e in generale di migliore qualità della vita. Infatti, i settori dei trasporti ferroviari, della sanità e della formazione superiore, della riqualificazione ambientale e del risparmio energetico sono cruciali per la sostenibilità, la qualità della vita, la stessa attrattività del territorio regionale a imprese e flussi turistici esteri. E’ chiaro che senza una maggiore autonomia regionale progetti di investimento strategici in questi settori non possono essere sviluppati, dato che è necessario promuovere la cooperazione tra molte imprese di diversi settori, i centri di ricerca e università, le istituzioni pubbliche dei diversi livelli e le istituzioni finanziarie specializzate presenti nelle diverse aree e centri urbani del territorio regionale, oltre che la partecipazione attiva sia individuale che collettiva dei cittadini.

 

Inoltre, all’interno della regione, è necessario un maggiore decentramento dal livello regionale e un maggiore coordinamento tra i diversi comuni, che sono tra loro contigui e hanno dimensione troppo limitate per affrontare il problema del rilancio degli investimenti su servizi con un bacino di utenza più ampio. La Regione Lombardia, anche in seguito ai contradditori provvedimenti nazionali che hanno determinato una grande incertezza sul ruolo delle Province, deve impegnarsi su un disegno coerente delle autonomie locali e del ruolo dell’area metropolitana milanese. E’ necessaria la ridefinizione degli ambiti dei poteri delle provincie, migliorare il rapporto tra i comuni maggiori e i diversi comuni minori della stessa provincia da un lato e il rapporto con gli altri comuni maggiori e con l’area metropolitana milanese.

 

I campi di intervento nei quali è necessario una maggiore autonomia regionale non sono quindi solo quelli della gestione della territorio e della sanità, ma anche quelli delle politiche degli investimenti fissi e in innovazione delle imprese, delle politiche del credito agli investimenti a medio termine, delle politiche delle infrastruttu re pubbliche e dell’edilizia privata residenziale delle politiche di investimento nei trasporti ferroviari regionali e nel trasporto pubblico locale e dell’investimento nel sistema della viabilità provinciale, delle politiche nella formazione superiore e nella ricerca universitaria, con particolare riferimento alla III missione delle università e la creazione di un sistema di stage obbligatorio o fortemente incentivato per le imprese e per gli enti di formazione dei diversi livelli, politiche del turismo e del tempo libero per i giovani e anche gli anziani, del patrimonio culturale e del risparmio energetico.

 

In terzo luogo, le politiche nazionali sono costrette nello schema “ordo-liberista” dell’austerità di bilancio e si sono concentrate solo sulla gestione contabile delle spese e delle entrate fiscali del governo nazionale. E’ stato ridotto in modo eccessivo il rapporto tra la finanza pubblica locale e la finanza pubblica nazionale, privando di fatto i cittadini di investimenti e di servizi collettivi essenziali e aumentando invece le spese correnti controllate dalla burocrazia nazionale e il finanziamento di trasferimenti alle imprese e ai gruppi di pressione più diversi per finalità elettorali.

 

Invece, una maggiore autonomia regionale che rilanci la crescita è indispensabile per risolvere il problema del bilancio pubblico con una maggiore crescita dell’economia, che permetterebbe una riduzione del rapporto debito/PIL e una crescita organica delle entrate fiscali. Non è vero che lo sviluppo dell’economia richiede “meno spesa pubblica e meno tassazione” o di “tassare tutti, ricchi e poveri, nella stessa misura”, mentre è vero che la spesa pubblica e la tassazione devono essere orientate allo sviluppo, dato che è necessario un aumento degli investimenti e della spesa pubblica in campi strategici, dato che lo sviluppo economico italiano è stato bloccato dalla riduzione degli investimenti pubblici, dalla debole crescita della produttività complessiva del sistema produttivo, dalla distrazione dei risparmi conseguenti alla spending review per finanziare spese correnti o minori tassazioni con una motivazione elettorale (come la tassa sulle abitazioni di lusso o i contributi previdenziali delle imprese). I cittadini e anche le imprese chiedono migliori infrastrutture e servizi pubblici e comprendono che tali investimenti richiedono fondi pubblici adeguati e quindi sono necessari non solo risparmi su altre spese correnti meno produttive, ma anche aumenti in modo selettivo di alcune imposte. Non sono quindi sufficienti generalizzate riduzioni delle aliquote fiscali e distribu zioni di aiuti indiscriminati e lo Stato centrale dovrebbe concentrare la spesa pubblica sulla realizzazione di investimenti e l’offerta di servizi pubblici e dovrebbe invece ridurre i trasferimenti correnti alle imprese, che si devono finanziare sul mercato.

 

Inoltre, una maggiore autonomia politica regionale significa che i cittadini e le Regioni devono essere lasciati liberi di aumentare le imposte, soprattutto quelle di scopo, a livello locale per finanziare investimenti e servizi che democraticamente, anche tramite referendum, si ritenga necessario sostenere. Non solo il principio della sussidiarietà implica il decentramento a livello regionale del finanziamento delle attività che devono essere gestite a livello regionale, ma anche il principio dell’autogoverno e della responsabilità fiscale va interpretato nel senso che le singole regioni devono poter decidere autonomamente un aumento delle entrate fiscali per finanziare attività aggiuntive non fornite dal Governo nazionale. Questo principio è analogo a quello dell’integrazione rafforzata nell’Unione Europea ove alcuni paesi possono finanziare autonomamente alcune attività che altri paesi si rifiutano di finanziare, non ritenendole altrettanto necessari

 

 

 

Riferimenti

Le idee e le proposte illustrate in questo Manifesto si basano sui contributi scientifici elaborati da circa 70 noti esperti universitari e non universitari pubblicati nei tre libri on line del “Gruppo di Discussione: Crescita Investimenti e Territorio” disponibili sul sito:: http://economia.uniroma2.it/dmd/crescita-investimenti-e-territorio
Cappellin R., Baravelli M., Bellandi M., Camagni R., Capasso S., Ciciotti E., Marelli E. (2017), a cura di, Investimenti, innovazione e nuove strategie di impresa: quale ruolo per la nuova politica industriale e regionale? Milano: Egea.

Contributi di: Gaetano Aiello, Maurizio Baravelli, Raffaele Barberio, Elisa Barbieri, Leonardo Becchetti, Marco Bellandi, Luca Beltrami Gadola, Patrizio Bianchi, Ruggiero Borgia, Angela Botticini, Giampio Bracchi, Alberto Bramanti, Antonio Calabrò, Salvatore Capasso, Riccardo Cappellin, Aldo Cavadini, Enrico Ciciotti, Cosmo Colonna, Enrico Conti, Augusto Cusinato, Gregorio De Felice, Carlo De Vito, Alfredo Del Monte, Marco Di Tommaso, Claudia Ferretti, Fiorenzo Ferlaino, Maurizio Franzini, Gioacchino Garofoli, Lorenzo Giussani, Giorgio Goggi, Giuseppe Gori, Fabrizio Guelpa, Donato Iacobucci, Patrizia Lattarulo, Giuseppe Longhi, Enrico Marelli, Fabio Mazzola, Pietro Modiano, Loris Nadotti, Attilio Pasetto, Guido Pellegrini, Carlo Antonio Pescetti, Luciano Pilotti, Francesca Rota, Zeno Rotondi, Enzo Rullani, Lanfranco Senn, Marcello Signorelli, Francesco Silva, Giampaolo Vitali.

Cappellin R., Baravelli M., Bellandi M., Camagni R., Ciciotti E., Marelli E, (2015), a cura di, Investimenti, innovazione e città: una nuova politica industriale per la crescita. Milano: Egea.

Contributi di: Maurizio Baravelli, Raffaele Barberio, Massimo Battaglia, Marco Bellandi, Luca Beltrami Gadola, Alberto Bramanti, Giampio Bracchi, Aurelio Bruzzo, Roberto Camagni, Riccardo Cappellin, Salvatore Capasso, Enrico Ciciotti, Innocenzo Cipolletta, Vittorio Coda, Fulvio Coltorti, Cosmo Colonna, Giancarlo Corò, Augusto Cusinato, Marco Di Tommaso, Giuseppe Farina, Fiorenzo Ferlaino, Marco Frey, Gioacchino Garofoli, Anna Gervasoni, Maria Letizia Giorgetti, Giorgio Goggi, Giuseppe Gori, Fabrizio Guelpa, Maurizio Laini, Patrizia Lattarulo, Giuseppe Longhi, Enrico Marelli, Sergio Mariotti, Fabio Mazzola, Marco Mutinelli, Luigi Orsenigo, Attilio Pasetto, Gabriele Pasqui, Guido Pellegrini, Luciano Pilotti, Maria Prezioso, Edoardo Reviglio, Zeno Rotondi, Enzo Rullani, Franco Sacchi, Riccardo Sanna, Gaetano Sateriale, Francesco Silva, Alessandro Sterlacchini, Marco Vitale, Giampaolo Vitali

Cappellin R., Marelli E., Rullani E., Sterlacchini A. (2014), a cura di, Crescita, investimenti e territorio: il ruolo delle politiche industriali e regionali, Website “Scienze Regionali”, eBook 2014.1

Contributi di: Leonardo Becchetti, Marco Bellandi, Patrizio Bianchi, Andrea Bollino, Roberto Camagni, Roberta Capello, Riccardo Cappellin, Stefano Casini Benvenuti, Enrico Ciciotti, Romeo Danielis, Alfredo Del Monte, Sergio Destefanis, Marco Frey, Sandrine Labory, Enrico Marelli, Marco Mutinelli, Alessandro Petretto, Francesco Prota, Enzo Rullani, Alessandro Sterlacchini, Gianfranco Viesti.

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