L’Europa che vogliamo. Il manifesto

L’Europa che vogliamo è l’Europa capace di integrare le proprie specificità e le proprie differenze in uno Stato Federale democratico, un Federalismo a tre livelli in cui i protagonisti sono l’Unione, gli stati, le nazioni. Più di duecento anni or sono, le tredici colonie nordamericane che avevano ottenuto l’indipendenza dalla Gran Bretagna fecero il passo critico di una condivisione della sovranità tra stato e federazione, ponendo la base di un federalismo a due livelli che poi fu adottato dalla Confederazione Elvetica e da altri paesi del mondo.  Oggi l’Europa è chiamata a un ulteriore passo di portata storica, quella di elaborare il nucleo di un federalismo a tre livelli, ove la sovranità sia condivisa tra Unione, stati e regioni d’Europa.  Questa non è un’indebita costruzione complicata: tutt’al contrario è l’unica costruzione istituzionale che può essere adeguata alla ricchezza e alla complessità delle identità europee.

L’Europa che vogliamo è quella capace di produrre un circolo virtuoso fra i valori transnazionali, i valori nazionali, i valori locali. Indubbiamente la rinascita delle dimensioni regionali e locali ha messo in crisi le omologazioni spesso imposte arbitrariamente dalla fase storica dell’assolutismo nazionale.

Ma la via di uscita non è quella di tornare indietro, verso i localismi e i nazionalismi che nella storia europea recente hanno inferto i peggiori danni agli individui, alle collettività, alle nazioni, all’Europa tutta.  Bisogna imboccare la strada del futuro, generando un nuovo patriottismo federale su scala europea, a sua volta passo essenziale per l’appartenenza a quella “comunità di destino” planetaria che ormai è, lo si voglia o no, tutta la specie umana.  Un’Europa federale può davvero integrare le comunità locali e facilitare le loro reciproche relazioni.  L’Europa, fallimentare come logica di alleanze pure e semplici  (basata sul do ut des) degli Stati membri, può avere invece un futuro come l’Europa delle reti: reti delle municipalità, reti delle città, reti delle comunità ambientali, reti delle regioni, reti degli Stati, reti dell’Europa con il resto del mondo.

L’Europa non può rinunciare alle singolari e complesse identità delle sue città, delle sue regioni, delle sue nazioni.  Al contrario, le deve consolidare. Le identità sono e sono sempre state costruzioni storiche in costante evoluzione, e ogni identità europea (comprese, e diremmo soprattutto le stesse identità nazionali) posseggono un carattere contaminato, dalle molteplici radici, risultato di interazioni sul breve e sul lungo periodo fra culture, etnie, religioni, tradizione differenti. L’Europa è un luogo di incontro, di confronto (e, certo, anche di scontro) fra identità molteplici, con integrazioni e ibridazioni che segnalano un dinamismo costante delle relazioni fra individui e collettività.

L’Europa che vogliamo è quella che esprime una politica capace di visione, che si misura con i problemi a breve, a medio e a lungo termine per cercare soluzioni efficaci, consapevole che uno sguardo globale sul lungo periodo dà senso a tutte le azioni locali sul breve periodo e che, viceversa, un investimento di qualità su tutte le azioni locali sul breve periodo è la migliore strategia per realizzare obiettivi ambizioni, ma praticabili, sul lungo periodo.

L’Europa che vogliamo è l’Europa che non si illude di chiudere i problemi del mondo dietro i muri e i reticolati perché questi non possono bloccare il riscaldamento globale, non possono agevolare la transizione energetica, non aiutano le innovazioni sociali indispensabili per rispondere alle sfide dell’automazione, dell’Intelligenza artificiale, dell’allungamento  della vita umana.

L’Europa che vogliamo è l’Europa che si ribella all’idea di rendere il Mediterraneo terra bruciata, luogo di scontro e di separazione tra culture. Al contrario il Mediterraneo, dal quale la cultura europea ha tratto buona parte della sua linfa vitale, è l’occasione per porre le basi e mettere in atto una politica estera europea comune, che si ponga come obiettivo una cooperazione interregionale con le varie aree del Sud del mondo nell’ottica di innescare giochi a somma complessiva, volti all’esito dello sviluppo umano di tutti i cooperanti.  Un primo contesto fecondatore può essere senz’altro quello di lotta alla povertà enunciato dall’Agenda 2030;. nello stesso tempo si può anche pensare ancora più ambizioso di una vera “democrazia energetica”, in cui la necessaria transizione alle energie rinnovabili, e in particolare quella solare, sia l’occasione di un nuovo rapporto integrazione fra il Nord e il Sud del mondo. Fino ad oggi lo sfruttamento delle risorse di petrolio e gas ha diviso i paesi in ricchi e poveri, mentre la transizione alle energie rinnovabili deve attuare una maggiore eguaglianza di opportunità fra le diverse aree del mondo.

L’Europa che vogliamo non è quella dei confini rigidi, ma quella delle reti flessibili e sovrapponibili che possono sviluppare nello stesso tempo il decentramento locale e le aggregazioni sovranazionali, capace di creare Regioni europee come comunità territoriali, anche transfrontaliere, definite dalla convergenza dei loro interessi e dei loro progetti comuni.

Vogliamo cittadini europei consapevoli che ogni essere umano è allo stesso tempo individuo, parte di molteplici gruppi, parte una società, parte di una cultura, parte di una civiltà, parte di una specie globale.

Vogliamo costruire un’Europa dei cittadini e della Cittadinanza Attiva, dove l’ecologismo (in senso allargato, non solo ambientale, ma anche sociale) sia la fonte di ispirazione comune che alimenta i vari aspetti della vita individuale e associata, in cui ogni individuo e ogni collettività sia in rapporto con gli altri individui e con le altre collettività del mondo, ma anche con le generazioni future (nel progetto), con le generazioni passate (nella memoria), e con la natura tutta.

La politica vive nel nesso inscindibile tra pensiero e azione, tra rappresentanti e rappresentati, non in una rigida ‘divisione del lavoro’ tra di loro, che aliena gli uni e gli altri e che avvolge la vita pubblica in un’aura di autoreferenzialità e di autocompiacimento, degradandola verso opposte derive tecnocratiche e populistiche.

Vogliamo costruire un’Europa che pone un’attenzione del tutto particolare alla realizzazione di una vera e propria democrazia cognitiva, precondizione indispensabile per una nuova forma di cittadinanza attiva e informata, indispensabile perché la richiesta di partecipazione sia alla stessa delle grandi     sfide     che     incombono     su     tutte     le     collettività     europee     e     mondiali. Politicamente, si impone un patto per la rinascita della res publica europea, un progetto per un’Europa necessaria e possibile, una costruzione fatta di rigore e di impegno civile.

La politica oggi è imprigionata in un groviglio di interessi finanziari che spesso prescindono perfino dalle norme legislative e dalle effettive esigenze fiscali. Gran parte di coloro che la esercitano non ha visione né passione, non ascolta, non sente, non esprime i bisogni e i desideri dei cittadini, che, votanti oppure no, sono sempre più inclini a trascurarla, perché confinanti ai margini di una sfera pubblica occupata da interessi privati e oligarchici. Solo attraverso uno spirito di costante innovazione e un progetto che voglia legare i problemi della vita quotidiana ad orizzonti a lungo termine, la politica può ritrovare una funzione centrale nelle nostre società, una funzione centrale che meriterebbe e di cui tutti hanno bisogno.

Politica e cultura crescono insieme o insieme declinano. Senza orizzonti politici non c’è cultura, ma soltanto erudizione e retorica.  Una nuova alleanza fra politica e cultura si offre come un obiettivo praticabile di un movimento di rinascita civile, di una presa di responsabilità collettiva che impone ai cittadini di riflettere sulla qualità delle loro azioni e sulla necessità che le loro azioni possano diventare patrimonio comune di una nuova cosa pubblica.

Vogliamo essere parte di un’Europa innovativa, laboratorio di idee e di buone pratiche sul palcoscenico mondiale. Soprattutto chi lavora con il pensiero e con l’immaginazione, con la ragione e con la fantasia, ha la responsabilità di ristabilire una stretta relazione tra sapere e potere, che dia virtù all’etica pubblica.

Abbiamo bisogno di una nuova alleanza fra le generazioni: soprattutto fra i giovani a cui viene spesso negato l’ingresso del mondo del lavoro e che non riescono a incanalare il loro potenziale innovativo, e gli anziani che, dinanzi a una maggiore durata della vita media e a un generale incremento delle loro condizioni fisiche e intellettuali, non riescono più a rendere la società partecipe dei ricchi patrimoni di esperienza che hanno accumulato e anzi sono sempre più emarginati, sia economicamente che culturalmente.+

La politica della “crescita a tutti i costi” è diventata un dogma del pensiero economico, che non riesce a ripensare taluni suoi presupposti dati arbitrariamente per scontati e che non riesce a bloccare una spirale regressiva che, invece di elevare il livello di vita di tutti i cittadini, moltiplica le barriere sia economiche sia simboliche: i ricchi diventano sempre più ricchi, e gli emarginati e i disagiati (e non solo sul piano economico) aumentano sempre di più, spesso trascinando improvvisamente con sé anche chi si sentiva apparentemente al sicuro. In questo modello di sviluppo l’apparente enunciazione

di un’opposizione  al razzismo e alla xenofobia  viene regolarmente contraddetto dalla continua distruzione delle radici comunitarie. Il continuo precipitare di tante persone in una condizione di precarietà, finisce per vedere nell’immigrato o nel rifugiato il concorrente e il nemico.   Il nazionalismo gonfiato e regressivo, con tutta la sua violenza, è soprattutto una retro-topia, un tentativo di far girare all’indietro le lancette della storia contro un mondo nuovo che appare sempre più privo di significato.

Le soluzioni a questi problemi devono necessariamente essere transnazionali, o costituiranno soltanto l’ennesimo, inutile tentativo di cosmesi.  Milioni di cittadini degli stati europei si sentono anzitutto cittadini europei. Ma il loro sentire comune deve essere coniugato con un’offerta di partecipazione e di solidarietà che oggi è assente sia nei politici che nelle burocrazie nazionali e sovranazionali.

Il progetto dell’Unione Europea è decollato all’indomani della seconda guerra mondiale, vincolato a un deciso “mai più” rispetto agli orrori totalitari che minacciavano di annientare l’Europa stessa e di far deragliare l’intera storia umana.  Ma questo “mai più” prima si è ridotto a retorica celebrazione e poi alla fine e svanito, perché i politici e i burocrati hanno occultato la memoria stessa delle radici di questa Europa.  Così le nuove generazioni sono sottoposti agli stessi rischi che avevano fatto precipitare l’Europa nell’abisso di un trentennio di atrocità e di guerre intestine: le derive personalistico-plebiscitarie, la ricerca ossessiva di un leader, i nazionalismi miopi e le narrazioni esclusiviste dei giochi a somma zera, “vinco io e perdi tu”.

Vogliamo invertire la tendenza che ha determinato questo svuotamento simbolico e culturale dello spazio pubblico democratico. Il compito del nostro tempo è reincantare la politica, fare della politica l’orizzonte di senso dell’agire individuale e collettivo, dentro il quale si possono riannodare i nodi dell’innovazione sociale, culturale, economica.   Oggi che ci siamo liberati per sempre, e fortunatamente, dall’ossessione di approdare al migliore dei mondi possibili possiamo lottare con coraggio per costruire un mondo migliore.

La marginalizzazione o l’irrilevanza dell’Europa nel mondo non è un destino obbligato dalla globalizzazione. Regressione nazionalista o burocratizzazione finanziaria non è un’alternativa precostituita.

Non è tempo di attese. L’’Europa si sta spegnendo proprio perché rinnega le sue radici, che è quella di una conquista continua (e appassionata) di diritti politici, sociali, civili, ambientali, nonostante le involuzioni e le tragedie che si sono poste costantemente come gravi ostacoli a queste conquiste.  E tuttavia le migliori energie europee si sono impegnate a resistere e a contrattaccare alle forze involutive e repressive, che sono state sul punto di distruggere l’Europa stessa.  Le migliori energie europee hanno interpretato, e continuano ad interpretare i valori dei diritti umani, e della democrazia

stessa, come un processo in perpetuo divenire e non come uno stato finale da raggiungere e da difendere staticamente.

La democrazia, i diritti umani, la libertà religiosa, la valorizzazione dell’altro sono state conquiste molto faticose ed oggi, in un mondo che molto spesso le ignora o le mette in discussione, la condizione europea assume un carattere esemplare, può costituire una stretto pertugio in grado di aprire la strada verso un nuovo patrimonio condiviso dell’intera “Terra patria”.

E tuttavia prima ancora che nel mondo, questo stesso patrimonio di valori inizia ad essere messo in discussione nell’Europa stessa.  La realtà, in Europa e nel mondo, è che i valori e i diritti non sono conquiste permanenti ma processi da rivivificare e da ampliare costantemente.  E proprio perché taluni valori e diritti che ritenevamo acquisiti iniziano ad essere messi in discussioni, è necessaria una mobilitazione di energie comparabile – certo, con evidentissime differenze – alla mobilitaziopne antitotalitaria del ventesimo secolo.

Le parole che aprono la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea affermano che “la dignità umana è inviolabile” e i suoi cittadini hanno diritto a “un’esistenza dignitosa “. E proprio mentre assistiamo ai danni provocati dalle derive finanziarie dell’economia, dal “fiscal compact”, dalle diseguaglianze materiali e simboliche, la Corte di Giustizia Europea ha ribadito il principio secondo il quale i diritti fondamentali prevalgono sul mero interesse economico.

Come possiamo oggi difendere la democrazia quando l’azione politica diventa quasi del tutto impermeabili alla difesa del benessere delle persone e alla realizzazione dei loro diritti, con processi di esclusione – non solo economica, ma anche culturale e diremmo cognitiva – che mettono sempre più a rischio la coesione sociale?

È in atto un tumultuoso sommovimento delle categorie della politica: nell’attuale contradditorietà dei tempi, solo una regia politica accorta e innovativa può convertire in energia produttiva le forze dinamiche sprigionate dalla crisi, che in caso contrario rischiano di essere utilizzate da forze regressive. Ancor più che i profughi e dei rifugiati provenienti da fronti di crisi che l’occidente stesso ha contribuito a creare, ancor più che la minaccia del terrorismo jihadista, l’insicurezza sociale è generata dai processi di automazione dei cicli produttivi e distributivi e dai cambiamenti dei processi cognitivi prodotti da una intelligenza artificiale meccanica, semplificata e semplificata, non partecipata e calata dall’altro. Invece che governare i processi tecnologici in vista di una maggiore equità sociale e di una maggiore valorizzazione degli individui, essi sono lasciati a se stessi e come tali stanno moltiplicando nuove forme di alienazione del lavoro, di omologazione e di controllo sociale.

Politica, non è solo rappresentazione dell’esistente, ma anche e soprattutto valorizzazione dei percorsi

di vita di tutti i cittadini, nelle loro diversità e nelle loro particolarità.  E oggi questa valorizzazione dei percorsi di vita di tutti i cittadini ha come compito non certo secondario anche la valorizzazione dei percorsi di vita dei ‘senza parte’, dei cittadini ‘invisibili’ e marginalizzati, i cui interessi sono trascurati e che sono quasi occultati dietro la schiacciante visibilità di medie astratte quali i sondaggi e i rilevamenti statistici: cittadini che hanno possibilità di espressione assai ristrette e che rischianoi di venir confusi nell’area indifferenziata del non voto e della renitenza civile.

Questi cittadini emarginati o in via di emarginazione non sono tutti poveri. Non sono tutti disoccupati o sottooccupati. Non sono tutti socialmente ininfluenti. marginali. Ma sono tutti ‘clandestini della politica’, esclusi dalle logiche della rappresentanza e della decisione pubblica. Si tratta di milioni di persone la cui precarietà, al di là delle loro condizioni economiche e sociali che sono assai differenti l’una con l’altra, dipende da ragioni di afasia politica: sono esclusi dalla vita pubblica nonostante che spesso siano politicamente e intellettualmente più esigenti di molti altri, e che non si sentono corrisposti dalle logiche privatistiche, autoreferenziali, miopi e senza respiro che in questi anni hanno monopolizzato la sfera istituzionale.

La globalizzazione, in ultima istanza è il prodotto della europeizzazione e conseguentemente della occidentalizzazione del mondo.  Ma ora questo stesso processo rischia di ritorcersi contro l’Europa. L’Europa non è un continente geograficamente definito, è un concetto culturale, storico e progettuale. Proprio nelle pieghe di una storia così travagliata, intessuta dai peggiori conflitti e dalle peggiori catastrofi, ma anche da esperienze straordinarie come il Rinascimento e l’Illuminismo, l’Europa può trovare nuove stimoli per costruire un futuro possibile e vivibile. L’Europa deve e può riscoprire e reinventare se stessa, ponendosi come esempio per i travagli del mondo, quale laboratorio di creatività, di innovazione, di convivenza, di messa in relazione delle diversità culturali, nazionali, etniche, religiose. Può diventare un protagonista globale proprio per la ricchezza delle sue esperienze particolari.

Ma per costruire un tale futuro l’Europa deve prospettare un ripensamento, un rilancio e un’estensione del welfare; nuove possibilità di occupazione valorizzando la qualità culturale, sociale ed ambientale delle reti territoriali; un’innovazione qualificata, sostenibile e condivisa. Riscoprendo e reinventando gli aspetti creativi della sua storia, delle sue culture, delle sue identità, può proporre una nuova idea di cittadinanza basata su un’interazione costruttiva tra diversità considerate feconde e basilari, capaci di trasformare le loro particolarità in contributi indispensabili per lo sviluppo della comunità tutta.

Le interviste del 20 maggio

Stefano Bocchi

Riccardo Cappellin

Cremonesi e Mantovani

Irene Cristini

Lino Duilio

Edoardo Gandini

Francesco Gnecchi Ruscone

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